martedì 21 ottobre 2008

L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 22 ottobre 2008

Idee pesanti contro la leggerezza laicista


L'arduo confronto con l'indifferenza





di Gianfranco Ravasi


Il concetto di secolarizzazione o laicismo è una delle categorie più caratteristiche adottate per definire la società moderna. È necessario, però, evocare la distinzione che si deve operare tra "secolarità/laicità" e "secolarismo/laicismo". La prima coppia designa la corretta autonomia della sfera politica, economica e sociale per quanto è di sua competenza rispetto all'orizzonte religioso-sacrale, sulla scia del monito evangelico:  "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". Col "secolarismo/laicismo" (parallelo, anche se antitetico, alla teocrazia e al sacralismo integristico) si vuole, invece, cancellare ogni presenza "incarnata" della fede nella storia e nella società, impedendole qualsiasi giudizio morale sull'agire politico-sociale. Per questa via si elimina ogni segno pubblico religioso, si estirpa ogni rimando teologico nel confronto culturale, si accede a una sottile destabilizzazione dell'etica naturale in nome di un'autonomia assoluta della persona, si privilegia l'esasperazione libertaria che lascia briglia sciolta su ogni valore, si enfatizza la radicale indipendenza della scienza da qualsiasi remora morale, considerata come estrinseca e così via.

A questo fenomeno - che, peraltro, ora risente di una certa crisi non solo per l'attuale interventismo del fondamentalismo religioso sulla scena del mondo, ma anche per quella che Gilles Kepel in un suo saggio del 1991 ha chiamato la revanche de Dieu, cioè la rivincita di Dio e il ritorno del sacro - possiamo associare un soggetto tematico affine, quello della non credenza. È soprattutto su quest'ultima che ora vorremmo porre l'accento. Nell'Ottocento il poeta tedesco Heinrich Heine rappresentava paradossalmente così questo fenomeno, inconcepibile in altre ere e civiltà antiche:  "In ginocchio! Suona la campanella:  si stanno portando i sacramenti a un Dio che muore". In forma anche più drammatica il filosofo conterraneo e contemporaneo Friedrich Nietzsche sceneggiava l'avanzata della morte di Dio con la celebre descrizione della Gaia scienza (1882) in cui un uomo grida per le strade l'annunzio ferale:  "Dio è morto! Noi lo abbiamo ucciso e le nostre mani grondano del suo sangue", mentre il lezzo della sua putrefazione inquina le nostre città. Bisogna, però, riconoscere che questo ateismo fiero e inquietante (si pensi, ad esempio, anche allo scrittore Albert Camus) - che aveva sollecitato persino una "teologia della morte di Dio" - è ormai quasi estinto e ha lasciato spazio a una sorta di scimmiottatura, fatta di sberleffi sarcastici irreligiosi, come si può dimostrare attraverso i vari libelli alla Odifreddi, Onfray, Hitchens, Dawkins e così via.


È forse sorprendente, ma è ancor oggi la Bibbia a indicarci meglio le tre tipologie di non credenza che attualmente possiamo classificare a livello culturale. L'ateismo rigoroso sopra descritto è da ricercare nell'idolatria che genera pagine veementi nelle Scritture. È la tentazione di sostituire se stessi o un dato storico immanente alla trascendenza divina:  pensiamo al materialismo dialettico marxista, ma anche allo Spirito immanente all'essere e alla storia nella concezione idealistica hegeliana o all'umanesimo ateo che pone l'uomo come misura e senso esclusivo di tutto l'essere e l'esistere. San Paolo nel primo capitolo della Lettera ai Romani vede nella sostituzione della verità divina con un sistema su propria immagine e interesse la sorgente della degradazione morale.


C'è, però, un secondo modello biblico da considerare:  è l'incredulità. Non è la negazione teorica e programmatica di Dio quanto l'affermazione della sua distanza o irrilevanza nella storia. Sotto questo schema potremmo rubricare la vera forma dominante di non credenza, la cosiddetta indifferenza religiosa. La figura di Dio non deve interferire nelle vicende umane, non dev'essere principio di scelte esistenziali, deve rimanere nel limbo della sua remota trascendenza. Dio non lo si combatte, ma lo si ignora perché considerato una realtà inattuale e, comunque, disturbante.


È paradossale, ma a questa particolare tipologia di incredulità dev'essere associata anche una certa forma di religiosità contemporanea, fluida e sottile, che produce surrogati spirituali e cocktail religiosi che fondono sincretisticamente spezie di fedi diverse. Forse il modello più espressivo è quello della New Age, divenuta poi Next Age, un percorso che evita ogni discorso serio e severo, un itinerario consolatorio che esclude l'inquietudine agostiniana della ricerca - "finché si è inquieti, si può stare tranquilli", ammoniva Julien Green -, un'esaltazione della spiritualità eterea che ignora il peso del peccato e le insorgenze del reale drammatico e del tragico della storia.


La terza tipologia biblica è quella dell'assenza misteriosa di Dio. Essa, però, fa parte della stessa esperienza di fede e ruota attorno alla domanda che sale verso l'alto di fronte allo sconcerto degli scandali del male, del dolore, della morte:  "Dov'è Dio?". Questo interrogativo rivolto al Dio muto e apparentemente assente scandisce l'intero itinerario di Giobbe, che è in verità un vero credente anche quando le sue parole acquistano iridescenze blasfeme e quando ripete:  "Io grido a te e tu non rispondi!". È la situazione di Qohelet che si sente coinvolto e avvolto dal non-senso (habel, "vuoto, vanità") della storia e dell'essere e si trova di fronte a un cielo muto e a un Dio taciturno. È, allora, necessario - quando si affronta il fenomeno dell'ateismo - operare una serie di distinzioni, ricordando che il confronto anche culturalmente più arduo non è tanto con l'idolatria-ateismo autentico, che è vissuto con sincerità come una vera visione della vita, quanto piuttosto con l'indifferenza-incredulità, realtà sfuggente e ambigua.


Essa è simile a una nebbia difficile da diradare, non conosce ansietà e domande, si nutre di stereotipi e di banalità, si accontenta di vivere in superficie, sfiorando i problemi fondamentali, secondo l'ormai notissima immagine del Diario di Søren Kierkegaard:  "La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani". I mezzi di comunicazione di massa, infatti, ci insegnano tutto sulle mode e i modi di vivere, ma ignorano il significato ultimo dell'esistere, l'inquietudine della ricerca interiore, le interrogazioni radicali sull'oltre e sull'altro rispetto a noi e al nostro orizzonte. Un conto è avere a che fare con la notte dello spirito dell'ateo o del credente (alla Giovanni della Croce o alla Meister Eckhart o alla Angelo Silesio) e un conto è avere a che fare con quella che già il filosofo Martin Heidegger, nei Sentieri interrotti, chiamava "il tempo della notte del mondo, ossia il tempo della povertà del mondo, quella di non riconoscere più la mancanza di Dio come mancanza". Ed è purtroppo questa la dominante della non credenza nell'attuale mondo secolarizzato.


Quale strategia sia da adottare di fronte a una simile temperie culturale grigia è piuttosto difficile da programmare. Certo è che le Chiese non devono rassegnarsi a inseguire questa deriva, scegliendo la strada dell'adattamento, riducendo la religiosità a una spiritualità debole e inoffensiva, che si accontenti del minimo, sia pure con la continua consapevolezza che non si deve spegnere la fiammella vacillante. È, invece, da calibrare innanzitutto un linguaggio che sia percepibile a queste orecchie ostruite dai rumori di fondo della società, dal brusio informatico, dalla distrazione superficiale. Un linguaggio che sappia anche ricorrere alle categorie deboli di questa cultura, ma ne induca altre forti, quasi come una spina nel fianco, una provocazione nella mente. Fuor di metafora, è necessario procedere verso la proposta di alcuni contenuti radicali che riescano ad artigliare la coscienza intorpidita, anche se per un istante, aprendole una ferita.


Intendiamo riferirci ai cosiddetti temi ultimi, che inesorabilmente attraversano l'esistenza di tutti:  la vita e la morte, il dolore e il male, l'amore e il tradimento, il mistero e la trascendenza, la verità e il falso, la prevaricazione dell'ingiustizia e la solidarietà, il mondo con le sue bellezze, i suoi segreti e la sua tutela, e infine come apice lo Spirito, Dio, il Vangelo. È, quindi, necessario ritornare alle grandi narrazioni, ai simboli capitali, alle idee pesanti, espresse in modo incisivo e provocatorio, senza facili sconti, pur nella lievità e chiarezza della comunicazione contemporanea. Accanto a questo vero e proprio attacco, che "incida ferite nei campi dell'abitudine" tipica dell'"incredulo" - per usare un'espressione suggestiva della poetessa ebrea tedesca Nelly Sachs - occorre non abbandonare neanche l'orizzonte delle realtà "penultime".






(©L'Osservatore Romano - 22 ottobre 2008)


Nessun commento: