martedì 16 dicembre 2008

Storie di conversione: Simele, un ebreo di Venezia

Passioni ed eresia
dentro e fuori dal ghetto


di Anna Foa 

Con i suoi tre ghetti, il primo costruito nel 1516, il secondo nel 1541, l'ultimo nel 1633, Venezia era tra Cinque e Seicento un luogo di stanziamento e di passaggio di ebrei dal levante e dal ponente. Molti di questi ebrei erano marrani, erano cioè ebrei di origine spagnola o portoghese, battezzati e passati attraverso l'esperienza di una vita da cristiani e poi fuggiti e tornati all'ebraismo. Fino a che nel 1589 il Senato non consentì loro di rimanere a Venezia, purché vivessero in ghetto ove si fossero dichiarati ebrei, l'Inquisizione di Venezia, creata nel 1548, molto si occupò delle pratiche religiose di questi marrani. Fra i processi d'Inquisizione, tutti accessibili al pubblico perché pubblicati a cura di Pier Cesare Ioly Zorattini per la casa editrice Olshki (12 voll. 1980-1994), i processi contro ebrei italiani sono pochi, soprattutto nei primi anni, fino al 1560, quando il tribunale era affidato, prima di passare ai domenicani, alla gestione dei francescani e in cui il problema maggiore per le autorità ecclesiastiche era rappresentato dall'esistenza di questi marrani, che passavano dal ghetto alla città, ora ebrei ora cristiani, ora come si diceva con la "beretta negra" dei cristiani, ora con quella "zalla" degli ebrei. 
Fra questi processi spicca però un processo iniziato nel 1558 contro un ebreo italiano, Simele da Montagnana. È una storia di amore e di denaro, e soprattutto di anni di vita doppia, condotta da Simele, alias Gian Giacomo de Fedeli, addirittura con il permesso di monsignor Pozzetto, vicario del Patriarca di Venezia. 
Simele si battezza nella chiesa veneziana di San Basilio intorno al 1553, cinque anni prima di essere denunciato come giudaizzante nel 1558. Si battezza a patto che gli sia consentito di comportarsi per un periodo come se fosse ancora ebreo, in modo da poter recuperare i suoi beni e convincere alla conversione sua moglie e i suoi due figli. Si tratta quindi non di un criptogiudaizzante ma di un criptocristiano. In questi cinque anni, Gian Giacomo passa senza problemi dal ghetto alla casa del suo protettore, il nobile Andrea Pasqualigo, suo padrino al fonte battesimale, e dalla vita da cristiano al ghetto e alla berretta gialla. La famiglia continua a restare in ghetto, dove Simele vive una parte del tempo, sempre, come sostiene, per cercare di spingerla al battesimo. Simele faceva anche molta attenzione a non farsi individuare come cristiano, tanto che quando mangiava in casa di cristiani e arrivavano per caso in casa degli ebrei, subito i suoi ospiti gli toglievano dal piatto le carni, anguilla o porco che fosse, cibo proibito agli ebrei, e gli mettevano davanti soltanto uova e frutta. Una inversione interessante delle pratiche dell'Inquisizione, che era solita indagare attentamente, sia a Venezia che nella penisola iberica, sulla cucina dei marrani, cioè su cosa cioè mangiassero i convertiti, e che considerava l'astensione dalla carne di porco come un'infallibile prova di giudaizzazione. Simele sembra aver avuto più paura della famiglia che dell'Inquisizione, tanto che, subito dopo essere arrestato la prima volta, nel 1558, chiese che si evitasse di chiamare testimoni ebrei, onde in ghetto non si venisse a conoscenza del suo battesimo. 
Dietro a tutto questo, c'era però un'altra ragione:  Simele si era innamorato della figliastra del suo protettore, Cecilia Gabriel, e "impazzava" con lei. Ed è assai probabile, anche se non risulta dal processo, che si sia trattato di una vera e propria conversione per amore, cioè che la relazione fra i due sia stata il vero movente della sua conversione. Ma Simele, anche se era divenuto Gian Giacomo, aveva una moglie e due figli in ghetto, e la conversione di sua moglie avrebbe ovviamente impedito il suo nuovo matrimonio, mentre se questa fosse rimasta ebrea avrebbe potuto sposarsi con una cristiana. Egli non sembra però molto deciso su questo punto, tanto che, ci dicono alcuni dei testimoni portati al processo, continuava a "impazzare" con sua moglie. 
Nel 1558, la denuncia di duplicità religiosa, che mette in crisi questa sua vita:  cinque anni erano decisamente troppi per questo gioco di nascondimenti, e inoltre, a ogni buon conto, le denunce lo accusavano non soltanto di continuare a portare la berretta gialla, ma anche di sollevare dubbi sui santi e su altre verità della fede. Insomma, un vero e proprio giudaizzante. Per parare l'accusa, allora, Gian Giacomo porta al fonte battesimale i suoi figli. Donna Cecilia fa da madrina a sua figlia, un elemento questo che resta oscuro nella nostra ricostruzione:  infatti, l'essere madrina di sua figlia avrebbe rappresentato un elemento di invalidità canonica al matrimonio con Gian Giacomo. Dopo il battesimo dei suoi figli, Gian Giacomo viene assolto dall'Inquisizione. Ormai apertamente cristiano, sposa la sua Cecilia. Sua moglie resta ebrea, in ghetto. 
Il secondo processo, di cui non conosciamo l'esito, avviene nel 1560. Ritornano le accuse di eresia, mentre appare ormai in piena luce il movente amoroso, completamente celato nel primo processo. La famiglia Pasqualigo, forse per non pagare la dote di Cecilia, accusa Gian Giacomo di giudaizzare e di aver sposato Cecilia contro il volere del patrigno e contro le leggi canoniche. L'Inquisizione pone insistenti domande ai testimoni e all'accusato sulla moglie di Simele rimasta in ghetto. Secondo alcune testimonianze, egli non soltanto non aveva affatto cercato di convertirla, ma l'aveva addirittura minacciata di morte se avesse preso il battesimo. Le violazioni delle leggi canoniche che emergono in questo processo sono numerosissime, come numerose sono le situazioni ambigue, a cominciare dal permesso dato a Simele di continuare a vivere da ebreo, permesso di cui dagli atti processuali risulta avesse già usufruito, per gli stessi motivi, e su concessione del nunzio pontificio, un altro importante convertito, il veneziano Giovan Battista De Freschi Olivi. Un medico protagonista di un altro processo inquisitoriale di questi anni, a carico della sua vecchia madre convertita, accusata di bestemmiare in chiesa. Ma l'ambiguità più straordinaria è data da questa duplicità di vita condivisa da una rete cristiana di vicinato, parentele, clientele, a piena conoscenza della conversione di Simele e addirittura complice del suo continuare a fingersi ebreo. Fino a che il matrimonio con Cecilia non aveva rotto i precari equilibri di fede, beni, amori, famiglia. 
Non sappiamo che fine abbia fatto Gian Giacomo, forse assolto ancora una volta dalle accuse e rimasto a vivere con l'amata Cecilia, nonostante il diritto canonico, la dote non pagata, la moglie abbandonata in ghetto, i dubbi sui santi. E poi, come si fa a dire che nella società d'Ancien Régime non esisteva l'amore o che nella società tradizionale ebraica non si sapeva cosa fosse la passione?



(©L'Osservatore Romano - 17 dicembre 2008)

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