sabato 6 dicembre 2008

Nuova traduzione italiana di «Vita e destino» di Vasilji Grossman

Esce in una nuova e completa traduzione italiana «Vita e destino» di Vasilji Grossman

La bontà illogica
degli umili segna la storia


di StaS Gawronski

La nuova edizione Adelphi di Vita e destino di Vasilji Grossman (1905-1964) nella traduzione dal russo di Claudia Zonghetti è uno degli eventi più importanti di questi ultimi anni nel magmatico e contraddittorio mondo dell'editoria italiana. Anche perché si tratta di una versione completa. Pubblicato per la prima volta in Italia da Jaca Book negli anni Ottanta sulla base di una versione parziale del manoscritto in lingua francese, poco noto ai critici nostrani e sconosciuto al grande pubblico pur essendo un capolavoro riconosciuto a livello internazionale - George Steiner lo ha annoverato tra i libri che "eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio" - finalmente questo romanzo cardine della letteratura del Novecento trova anche in Italia il suo posto in libreria accanto ai classici.
Considerato dallo stesso autore il "Guerra e pace del xx secolo", Vita e destino è il racconto corale della storia di una famiglia russa durante l'assedio di Stalingrado, epicentro di una sfida che un intero popolo è chiamato a vincere ma che stravolge innanzitutto il destino di singole esistenze, mettendo in gioco affetti, certezze e identità. Krymov, Darenskij, Strum, Zenya, Sofja Osipovna e gli altri protagonisti del romanzo devono sopravvivere alle pallottole, al freddo, alla fame, alle delazioni e allo spietato apparato burocratico sovietico, ma soprattutto decidere di se stessi. Nell'esplosione del conflitto che ha frantumato la famiglia in tante schegge lontane le une dalle altre, ognuno deve scegliere la propria via di salvezza per scampare al fuoco dello scontro frontale tra i due totalitarismi, ma soprattutto al veleno dell'ideologia rivoluzionaria che, anche nei giorni della lotta comune contro l'invasore tedesco, è mortalmente pericoloso per il corpo e per l'anima. In questo senso Vasilji Grossman - del quale il prossimo gennaio l'editore Marietti 1820 pubblicherà una biografia intitolata Le ossa di Berdicev curata da John e Carol Garrard - è nel novero dei grandi scrittori come George Orwell e Aleksander Solzenytsin che non si sono limitati a denunciare la micidiale miscela di menzogna e di violenza che ha alimentato il sistema sovietico, ma hanno puntato lo sguardo sull'uomo e sul suo dono più prezioso: l'intima libertà di scegliere a chi appartenere.
Mentre le case di Stalingrado crollano sotto i bombardamenti, Vita e destino ci dà conto di un conflitto più decisivo e profondo nel luogo interiore che anche il più feroce dei leviatani può solo insidiare, ma mai togliere del tutto all'uomo. Il libro stesso nasce dalla decisione dell'autore di esercitare liberamente il proprio discernimento e di abbandonare gli ideali rivoluzionari nei quali ha sinceramente creduto. A venticinque anni Vasilji Grossman è in Ucraina quando nei primi anni trenta la carestia imposta da Stalin fa strage di milioni di contadini in nome della collettivizzazione e dello sviluppo industriale del Paese, ma non sembra accorgersi di nulla. Assiste senza battere ciglio alle terribili purghe del 1937 e durante la guerra è il più celebre reporter dell'Unione Sovietica: fedele alla linea ideologica del partito racconta con toni patriottici l'avanzata gloriosa dell'Armata Rossa (notevole è il suo racconto L'inferno di Treblinka), ma alla fine del conflitto scopre che tra le vittime dello sterminio che accompagnava l'avanzata delle armate tedesche c'è anche la sua anziana madre.
Questo episodio è decisivo per Grossman che, proprio negli anni in cui si scatena l'antisemitismo di marca sovietica, riscopre le sue radici ebraiche, lavora alacremente con llya Ehrenburg alla stesura del Libro nero sui crimini nazisti contro gli ebrei in Unione Sovietica e matura una visione della realtà molto diversa dall'immagine contemplata attraverso le lenti dell'ideologia. La sua conversione è un processo doloroso quanto sorprendente, liberatorio, fecondo. Dopo essere stato una voce irreprensibile del regime, Grossman si mette al servizio di una verità umana e storica radicalmente diversa da quella dello Stato socialista e decide di testimoniarla attraverso una narrazione epica, un'opera monumentale, straordinaria per rigore storico e intensità spirituale. Vita e destino è un'esperienza estetica di tale potenza che Suslov, uno dei capi dell'apparato propagandistico staliniano, definisce il libro "un pericolo che si aggiungeva a quello della bomba atomica". Il romanzo viene sequestrato dal Kgb nel 1961, ma una copia messa in salvo dall'autore presso un amico giunge in Occidente agli inizi degli anni Settanta. Purtroppo il libro è ignorato dalla critica a causa della rappresentazione che offre del regime sovietico e della sua contiguità ideologica e operativa con il nazismo.
Grossman ha visto e ha raccontato una verità scomoda precorrendo i tempi nella valutazione storica, ancora oggi considerata da molti non politicamente corretta, della sostanziale simmetria tra comunismo e nazismo. In un lager l'autore fa incontrare due uomini che incarnano lo stesso male: il comandante del campo Liss e il vecchio bolscevico Mostovskoj che il graduato delle SS chiama "maestro" (ricambiando l'onore tributato cinicamente a Hitler quando in Unione Sovietica era stato salutato come il "rompighiaccio" che avrebbe aperto la strada alla distruzione delle democrazie europee e preparato l'avvento della rivoluzione mondiale). Le parole di Liss nella loro conversazione sono la testimonianza di un tragico passaggio di consegne: "Come potete non riconoscervi in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà? (...) È una sorta di paradosso: se perdiamo la guerra, la vinciamo e ci sviluppiamo in un'altra forma pur conservando la nostra natura. (...) Oggi vi spaventa l'odio che proviamo per gli ebrei, ma domani potreste fare tesoro della nostra esperienza". È l'esperienza del terrore che schiaccia gli uomini tanto nel lager quanto nel gulag per il solo fatto di appartenere a una classe sociale o a un'etnia e perverte molti che chiudono gli occhi o addirittura traggono profitto dalla lucida irrazionalità dell'ideologia del partito. Ai "commissari del popolo" il sistema offre identità, privilegi e l'illusione di una purezza morale che si sgretola solo quando la spietata macchina della menzogna si abbatte anche su di loro. È il destino di tanti come il rivoluzionario Krymov che, sopravvissuto alle purghe del trentasette, improvvisamente si trova davanti a un funzionario del partito che lo accusa di tradimento. Solo allora prende coscienza della vanità all'origine delle sue passate delazioni, del sottile meccanismo psicologico per il quale era sufficiente essere "sinceri" su alcuni dettagli della vita dell'uomo su cui il partito chiedeva informazioni per sentirsi innocenti e soddisfatti, pur sapendo che quell'uomo sarebbe stato eliminato. Krymov finisce nel terribile carcere della Lubjanka, ma prima dell'esecuzione viene a sapere che la sua ex-moglie, Zenja, sapendo della sua disgrazia è tornata da lui e lo cerca: la scoperta di essere ancora amato nell'ultimo momento lo restituisce a se stesso.
I protagonisti di Vita e destino lottano per preservare quel nucleo di umanità che li può ancora far sentire persone libere malgrado la rovina di ogni cosa. L'entusiasmo per la vittoria militare sui tedeschi non spegne l'inquietudine di chi interiormente si sente ancora sospeso tra vita e morte, tra l'umano e la bestia. Di fronte ai volti emaciati dei prigionieri tedeschi c'è chi avverte in se stesso la presenza di una bontà originaria, una brace ancora viva sotto una coltre di cenere, e ne prova nostalgia. Come il tenente colonnello Darenskji che istintivamente difende un tedesco con "gli occhi di pecora sgozzata" dalla violenza di un suo pari grado "come se avesse dato fondo alla dose di bontà ricevuta alla nascita".
Il romanzo è attraversato dall'inizio alla fine dall'indicibile energia che consente alla vita di essere irriducibile anche nelle peggiori circostanze storiche, quando la morte è padrona della scena: una forza misteriosa e sorgiva che parla alla coscienza dei personaggi invitandoli ad assumere un incondizionato atteggiamento di pietà e giustizia. Le armate del generale Paulus sono annientate e l'esercito russo marcia forsennatamente verso Berlino, la vittoria di Stalingrado cambia il corso della seconda guerra mondiale e rafforza il potere di Stalin ponendo le premesse per nuove ondate di terrore interno, ma sono gli umili a segnare il passo; coloro che senza saperlo credono che la storia vada incontro alla vita e non verso l'annichilimento del genere umano. Sono le persone legate alla concretezza della terra e al buon senso come gli eroi che strisciano nel fango tra le macerie di Stalingrado sotto l'incessante fuoco nemico: i veterani della guerra che non tollerano il sospetto, il linguaggio e le pretese ottuse dei giovani "commissari del popolo" sguinzagliati tra le truppe per controllare la fedeltà al partito dei difensori della patria.
Ma gli umili nel racconto di Grossman sono soprattutto le persone capaci di una "bontà illogica", "bella e delicata come la rugiada", "forte sino a quando è priva di forza", tanto gratuita da poter essere scambiata per stupidità, come quei sentimenti di misericordia che il bolscevico Mostovskoj considera "sciocchezze, il tentativo di spegnere il fuoco del mondo con un clistere". È la bontà insensata di una donna anziana che, dopo aver scorto il cadavere di ragazzino russo, vuole colpire un malconcio prigioniero tedesco con un mattone e invece compie un inspiegabile gesto di carità: "La sentinella capì che stava per accadere qualcosa di inevitabile, capì di non poter fermare quella donna che era più forte di lui e della sua mitraglia. (...) Senza capire cosa stesse succedendo, latrice e vittima di una forza che aveva soggiogato a sé ogni cosa, la vecchia cercò a tentoni nella tasca della giacca un pezzo di pane e lo porse al tedesco".
La scintilla di umanità che muove questa donna è la stessa che ha spinto Vasilji Grossman alla stesura di Vita e destino. Nel 1961 l'autore scrive una lettera a sua madre come se fosse ancora viva e le dedica il libro dicendo che il romanzo è l'espressione dei sentimenti di pietà e di ammirazione per la storia di tante persone che lei gli ha ispirato: "Per me tu sei l'umano e il tuo destino è il destino dell'umanità in questi tempi disumani. Non temo nulla perché il tuo amore è con me e perché il mio amore è con te per l'eternità".



(©L'Osservatore Romano - 6 dicembre 2008)

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