venerdì 29 gennaio 2010

Mio fratello si è buttato dal sesto piano.

Comunque per uno che si è lanciato dal sesto piano (accadde domenica scorsa), la Madonna sicuro lo ha protetto perché se l'è cavata senz'altro molto meglio di quello che avrebbe dovuto accadere. Io credo nei miracoli. Adesso vediamo le ulteriori andagini di imaging, per vedere se si deve operare alla colonna lombare.

lunedì 11 gennaio 2010

O R - La Sindone dal 1992 a oggi - Le ricerche, l'incendio, il futuro

"La Sindone: provocazione all'intelligenza, specchio del Vangelo" è il tema dell'incontro che si svolgerà lunedì 11 gennaio, nell'Auditorium della chiesa del Santo Volto a Torino, in occasione della presentazione del volume "Sindone" edito dalla Utet. Dal libro, ancora non in distribuzione, anticipiamo ampi stralci di due saggi. Il primo, qui sotto, è stato scritto rispettivamente dal direttore scientifico del Museo della Sindone e dal direttore del Centro internazionale di sindonologia. Il secondo ripercorre la fortuna della Sindone nella storia dell'arte.

di Bruno Barberis e Gian Maria Zaccone

Nel 1992 l'arcivescovo di Torino e custode pontificio della Sindone, il cardinale Giovanni Saldarini, nominò una commissione scientifica internazionale composta da alcuni tra i maggiori esperti di tessuti antichi e da eminenti studiosi, con l'incarico di avviare un ampio e articolato piano di studio per affrontare e risolvere il delicato e importante problema della conservazione della Sindone.
I lavori ebbero inizio nel 1992 con un'ostensione privata alla presenza della commissione e si conclusero nel 1996 con la consegna alla Santa Sede, proprietaria della reliquia, di una relazione finale. In tale relazione la commissione di esperti faceva il punto sullo stato di conservazione della Sindone e suggeriva una serie di indicazioni e condizioni irrinunciabili per la sua conservazione ottimale che si possono così riassumere: a) la Sindone deve essere conservata in posizione distesa, piana e orizzontale.
b) La Sindone deve essere liberata dagli accessori che servivano alle vecchie modalità di conservazione e di ostensione, ovvero il cilindro di legno, il telo rosso che la ricopriva quando veniva arrotolata, il nastro di seta azzurra cucito lungo il perimetro e le bandelle d'argento cucite all'interno del nastro azzurro lungo i due lati più corti.
c) La Sindone deve essere conservata in una teca di vetro antiproiettile, a tenuta stagna, in assenza di aria e in presenza di un gas inerte, al fine di interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto dovuto al naturale processo di ossidazione e che è responsabile della progressiva riduzione di visibilità dell'immagine. La teca deve essere protetta dalla luce e mantenuta in condizioni climatiche (pressione, temperatura, umidità, e così via) costanti.
d) È necessario studiare a fondo il problema dell'eventuale sostituzione del telo d'Olanda con un nuovo telo e dell'eventuale asportazione o sostituzione dei rattoppi per migliorare le condizioni di conservazione.
Poco mancò che tutti questi studi si rivelassero vani, in quanto il 12 aprile dell'anno successivo un terribile incendio danneggiò seriamente la cappella della Sindone. Fortunatamente il lenzuolo, che era stato spostato nel duomo per permettere i restauri della cappella stessa, fu risparmiato sia dal fuoco, sia dall'acqua, sia dai crolli di materiale.
Le indicazioni suggerite dalla commissione imponevano ovviamente una modalità di conservazione radicalmente diversa da quella utilizzata negli ultimi tre secoli - l'arrotolamento su di un cilindro - e soprattutto la necessità di costruire una teca di dimensioni ben maggiori. L'intera operazione si presentava naturalmente molto complessa e delicata poiché numerose erano le difficoltà da superare tanto in fase progettuale quanto in fase esecutiva. Nonostante le non poche difficoltà incontrate, la costruzione della teca fu completata nei tempi previsti e il 17 aprile 1998 la Sindone venne per la prima volta ospitata nella nuova teca e in essa esposta al pubblico durante l'ostensione tenutasi in quell'anno.
La teca è un parallelepipedo dal peso di 2.500 chilogrammi, le cui superfici laterali e inferiore sono realizzate con un doppio strato di acciaio balistico e la cui superficie superiore è fatta di uno spesso vetro laminato a prova di proiettile. La teca è sorretta da un carrello mobile che consente di effettuare gli spostamenti e le rotazioni necessarie in occasione delle ostensioni. All'interno della teca la Sindone è cucita su di un mollettone non trattato e appoggiata su di un supporto di alluminio scorrevole su rotaia.
Al termine dell'ostensione del 2000 la Sindone fu trasferita dalla teca utilizzata per le ostensioni in una nuova teca, più leggera e maneggevole, destinata alla conservazione ordinaria. All'interno della teca a tenuta stagna è stata introdotta una miscela di argon (99,5 per cento) e di ossigeno (0,5 per cento). La presenza di un gas inerte come l'argon - che non reagisce con i più comuni elementi chimici - miscelato a una piccola quantità di ossigeno è indispensabile per impedire lo sviluppo di batteri sia aerobici che anaerobici e, come si è detto, per interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto. La nuova teca è provvista di un sistema di controllo della pressione interna costituito da una batteria di soffietti mobili (posizionati al di sotto della teca) che garantiscono un costante equilibrio tra pressione interna ed esterna alla teca, necessario per evitare rischi di rotture del vetro.
Al termine di una lunga e delicata fase di preparazione, il 20 giugno 2002 ebbe inizio l'ultima fase dei lavori, consistente in un importante e indispensabile intervento di restauro conservativo che si concluse il successivo 23 luglio. Sotto la guida di Mechthild Flury Lemberg, esperta di fama internazionale di restauri di tessuti antichi, la Sindone venne scucita dal vecchio telo d'Olanda e successivamente furono scucite tutte le toppe al di sotto delle quali fu trovata una notevolissima quantità di materiale inquinante - costituito soprattutto da residui di tessuto carbonizzato durante l'incendio di Chambéry e polverizzatosi durante i secoli successivi - che costituiva ovviamente un notevole rischio per la conservazione del tessuto sindonico. Tale materiale fu asportato, raccolto in appositi contenitori sigillati, catalogato e consegnato al cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino e custode pontificio della Sindone
Prima di provvedere alla cucitura di un nuovo telo di sostegno sul retro della Sindone venne effettuato un completo rilievo fotografico e tramite scanner, oltre a rilievi fotografici in fluorescenza e registrazioni spettroscopiche Uv-Vis e Raman a diverse lunghezze d'onda in siti con diverse caratteristiche - al di sotto di siti senza immagine, con la sola immagine, con il solo sangue, con sangue e immagine, e così via. Fu inoltre effettuata un'analisi microscopica in alcuni siti con l'utilizzo di un videomicroscopio con ingrandimenti.
Infine vennero inoltre effettuati, sempre sul retro, alcuni prelievi microscopici con i metodi della suzione e del nastro adesivo.
Tutti i dati ottenuti e il materiale raccolto furono consegnati al custode pontificio della Sindone e, se e quando la Santa Sede lo riterrà opportuno, potranno essere messi a disposizione degli scienziati per studi e ricerche.
L'esame del retro della Sindone - rimasto coperto, e quindi non visibile, dal 1534 al 2002 - permise di confermare pienamente l'ipotesi avanzata nel 1978 dagli scienziati dello Sturp relativa al fatto che sul retro appaiono ben evidenti le macchie di sangue presenti sulla faccia visibile della Sindone, mentre è assente ogni traccia dell'immagine corporea perché possiede uno spessore solo di qualche centesimo di millimetro.
La Sindone è stata poi ricucita su di un nuovo telo di supporto, anch'esso tessuto in Olanda e preventivamente testato e analizzato per garantirne le caratteristiche chimico-fisiche. Infine i bordi delle bruciature furono cuciti al nuovo telo d'Olanda in quanto si è ritenuto non più necessario coprirli con nuove toppe, sia perché la Sindone è ora conservata completamente distesa in posizione orizzontale e quindi non più sottoposta a tensioni meccaniche, sia per rendere del tutto visibili l'immagine sindonica e le macchie ematiche.
Al termine dei lavori la Sindone è tornata nella sua teca, nel transetto sinistro della cattedrale di Torino, protetta e monitorata da sistemi moderni e sofisticati.
Il futuro della ricerca sul misterioso lenzuolo è stato tracciato dal simposio "La Sindone: passato, presente e futuro" svoltosi a Torino nel 2000, che ha visto la partecipazione, su invito, di 40 tra i maggiori esperti a livello internazionale di studi sulla Sindone e dei campi di ricerca a essa connessi, provenienti da dieci Paesi. Al termine del simposio è stato deciso di raccogliere nuove proposte di ricerca al fine di avviare nuovi studi e una raccolta di nuovi dati. Negli anni successivi al simposio sono pervenute a Torino, da scienziati di tutto il mondo, nuove proposte e progetti di ricerca che sono stati sottoposti all'esame di una commissione internazionale di esperti, per valutare la possibilità di avviare una nuova campagna coordinata di studi e di ricerche. Al momento attuale tutto il materiale raccolto è stato consegnato alla Santa Sede. Sarà la Santa Sede, proprietaria della Sindone, a decidere se e quando avviare una nuova campagna di ricerche dirette. La nuova e affascinante sfida che la Sindone lancia alla scienza per il nuovo millennio è già iniziata.

venerdì 8 gennaio 2010

giovedì 31 dicembre 2009

La forza della musica sacra secondo Chateaubriand


E i Guaraní si commuovevano
all'ascolto dei cantici


di Michael John Zielinski

Guardami e ti dirò chi seiBenedetto XVI, in occasione della benedizione del nuovo organo della Alte Kapelle di Ratisbona, avvenuta il 13 settembre 2006, ha autorevolmente promosso il ruolo dell'organo e più in generale della musica sacra. Egli ha tra l'altro affermato: "Inoltre [la musica organistica], trascendendo, come ogni musica di qualità, la sfera semplicemente umana, rimanda al divino". Ancora una volta il Papa addita la musica sacra come elevazione spirituale dell'animo umano, e quindi facente parte integrante della visione programmatica della missione evangelizzatrice della Chiesa.
In ogni tempo, e fin dalle origini, i pastori più consapevoli si sono fatti carico di educare il popolo cristiano con l'apporto delle arti sonore. "Ambrogio, Damaso, Leone, Gregorio lavoravano essi stessi per il ristabilimento dell'arte musicale". E con questa considerazione, introduciamo l'opera di François-René de Chateaubriand.
Lo scrittore nel suo Génie du Christianisme, ci presenta la propria personalissima ed appassionata visione dei meriti del cristianesimo. Egli di proposito rinuncia ai mezzi dialettici tipici del razionalismo di matrice illuministica, per fare appello a quella poetica dei sentimenti che noi abbiamo classificato come romanticismo, ma che qui ammiriamo in tutta la sua freschezza primigenia. La recente riedizione del libro con testo originale e a fronte la traduzione italiana (Bompiani, 2008), ci offre un'occasione per usufruire con facilità dell'opera dell'autore che, per certi versi, oggi ci sembra ancora così attuale.
Attraverso le parole di Chateaubriand i concetti sulla musica sacra quale mezzo di apostolato scaturiscono così spontaneamente e semplicemente da parere ovvi, poiché essa fa appello ai recessi più profondi dell'animo umano.
Come dunque non seguire quasi con trepidazione ciò che ci evoca il suono delle campane? "Lasciamo dunque che le campane riuniscano i fedeli, perché la voce dell'uomo non è abbastanza pura per convocare ai piedi dell'altare il pentimento, l'innocenza, la sventura; se mai le campane ci fossero vietate, bisognerebbe scegliere un fanciullo per chiamare alla Casa del Signore".
In cosa consiste l'atmosfera natalizia? Anche in questo caso la musica è tra i protagonisti: "Nella notte della nascita del Messia, la schiera dei fanciulli che adoravano il presepio, le chiese illuminate ed addobbate con i fiori, (...) gli alleluja gioiosi, il suono dell'organo e delle campane, offrivano una festa piena di innocenza e di maestà". Con quale delicatezza egli ha introdotto questi concetti di innocenza e maestà, originari presìdi spirituali delle celebrazioni natalizie.
Rimarchevole è poi l'evocazione del clima fascinoso delle cattedrali gotiche, in cui l'architetto e il musicista trasfondono le atmosfere della natura sublimandole nella sfera sacrale. "L'architetto cristiano, non contento di costruire foreste, ha voluto per così dire imitarne i mormorii; e per mezzo dell'organo e del bronzo sospeso, ha trasportato nel tempio gotico perfino il rumore dei venti e dei tuoni, che rotolano nelle profondità dei boschi. I secoli, evocati da questi suoni religiosi, fanno uscire le loro antiche voci dal seno delle pietre e sospirano nella vasta basilica".
Nelle cattedrali gotiche gli organi suonavano a volte con tanti registri uniti; comprendiamo dunque il significato della pagina di Chateaubriand, in cui lo strumento è descritto come se imitasse da vicino una forza prodigiosa della natura.
Il lettore è quasi trascinato dal vigore espressivo della descrizione dell'esecuzione solenne di un inno sacro: "È l'entusiasmo che ispira il Te Deum: quando tra lampade, masse d'oro, fiaccole, profumi, ai sospiri dell'organo, all'ondeggiare delle campane, ai fremiti dei serpentoni e dei bassi, quest'inno faceva risuonare le vetrate, i sotterranei e le cupole di una basilica". Qui è ricordato il serpentone: questo strumento era il basso della famiglia dei cornetti, caratteristico del servizio sacro. Serviva per l'accompagnamento del canto gregoriano, al fine di conferirgli maggiore gravità. Poteva essere suonato anche assieme ad altri strumenti ad arco e a fiato, e naturalmente all'organo.
Ma dove Chateaubriand dà una particolare risonanza alla musica sacra è nella capacità da essa dimostrata nell'attività missionaria della Chiesa. Egli ci esibisce una toccante descrizione di come furono evangelizzati gli indigeni del Paraguay.
Il termine che egli adopera di "selvaggi" non ha significato dispregiativo, ma è usato in senso etimologico di "abitante delle selve", similmente a come ancora oggi noi usiamo il termine "pagani" da pagus, che significa piccolo centro extraurbano.
"I gesuiti avevano notato che i selvaggi di quei luoghi erano molto sensibili alla musica. I missionari si imbarcarono dunque su delle piroghe con i nuovi catecumeni; risalirono i fiumi cantando dei cantici (...) Gli indiani discendevano dalle montagne e accorrevano al bordo dei fiumi, per ascoltare meglio queste melodie; molti fra loro si gettavano nelle onde, e seguivano a nuoto la navicella incantata. L'arco e la freccia sfuggivano di mano al selvaggio; vedeva sua moglie e suo figlio piangere di una gioia sconosciuta, soggiogato da una irresistibile attrazione, cadeva ai piedi della Croce, e mescolava torrenti di lacrime alle acque rigeneratrici che colavano sul loro capo.
In ogni riduzione c'erano due scuole: una per i primi insegnamenti delle lettere, l'altra per la danza e la musica. Quest'ultima arte era particolarmente coltivata dai Guaraní; sapevano costruire essi stessi organi, arpe, flauti, chitarre (...) al calar del sole, la campana chiamava i nuovi cittadini all'altare e si cantava la preghiera della sera in due parti e con grande accompagnamento musicale".
In tempi più recenti, attori famosi hanno reinterpretato queste atmosfere attraverso la finzione filmica dell'universalmente noto lungometraggio di Roland Joffé, Mission (1986).
A coronamento di questo argomento l'autore ha poeticamente sintetizzato che il cristianesimo: "quando ha civilizzato i selvaggi, è stato solo con dei cantici; e l'Irochese che non aveva ceduto ai suoi dogmi, ha ceduto ai suoi concerti. Religione di pace! Voi non avete, come negli altri culti, dettato agli umani dei precetti di odio e di discordia, avete solamente insegnato l'amore e l'armonia".
Anche oggi la forza della musica sacra è mirabile agente di evangelizzazione presso tanti popoli.
In Africa i fedeli affollano le messe in canto gregoriano; quelli che sono giunti nel nostro paese sono grandemente colpiti dal suono dell'organo e bramano sentire la musica sacra patrimonio di questo straordinario strumento. Non è infrequente osservare dopo la messa, quando la chiesa è già semideserta e le luci basse, mentre l'organista si attarda ancora nell'esercizio musicale, delle persone semplici che pregano insieme all'organo, trasportate "in più spirabil aere" dall'eloquenza della musica.
Ci piace concludere con le parole, sempre verissime, di Chateaubriand, che sono un'epitome sul valore del cristianesimo. Esso esorbita dal piano meramente religioso e più in generale spirituale; Chateaubriand ha il merito di far convergere anche gli altri valori scaturenti dalla civilizzazione cristiana, ritenuti ovvi a cui non si dà generalmente la giusta importanza a livello pratico, estetico, morale e civile. "Quella cristiana è la più poetica, la più umana, la più favorevole alla libertà, alle arti e alle lettere; il mondo moderno le deve tutto, dall'agricoltura fino alle scienze astratte, dai ricoveri per i bisognosi, fino ai templi progettati da Michelangelo e decorati da Raffaello (...) Essa favorisce il genio, affina il gusto, le passioni virtuose, dona vigore al pensiero, offre forme nobili allo scrittore e stampi perfetti all'artista".


(©L'Osservatore Romano - 31 dicembre 2009)

sabato 19 dicembre 2009

Babbo Natale

Se mi porta un regalo equo e solidale non gli dò il latte. Quelle cose affamano gli africani, fabbriche di coca-cola! Vorrebbe lavorare ed avere un salario anche loro!!

mercoledì 16 dicembre 2009

Newman sull'onda dei ricordi - Un silenzioso e gentile compagno di viaggio

È appena uscito il volume Newman, ossia: "i Padri mi fecero cattolico". Un profilo (Milano, Jaca Book, 2009, pagine 111, euro 12). Ne pubblichiamo l'inizio.

di Inos Biffi

Ora che si è fatto sera ed è giunto il tempo di sciogliere le vele, mi ritrovo, tra i più cari e assidui compagni di viaggio, prima di passare all'altra riva, il cardinale John Henry Newman, soprattutto con i suoi Parochial and Plain Sermons, i suoi Sketches, con i mirabili profili dei Padri, e le Prayers, Verses and Devotions.
Risalendo l'onda dei ricordi, rintraccio il mio primo incontro con lui negli anni del liceo nel seminario di Venegono, credo nella primavera del 1952. A presentare a noi studenti, poco più che quindicenni, la figura del prestigioso iniziatore del movimento di Oxford fu il rettore Giovanni Colombo, durante le impareggiabili conferenze, che egli ci teneva il tardo pomeriggio delle domeniche, prima di cena, e che noi studenti aspettavamo con impazienza.
Erano incontri informativi e soprattutto formativi: una meraviglia di intuito e di finezza educativa, teorica e pratica. Ci insegnava come redigere una lettera, come stare a tavola, come usare le posate e i tovaglioli, come mangiare le ciliegie e i kaki, che egli però chiamava "globi d'oro", e noi pensavamo che la suggestiva immagine fosse sua; in realtà più tardi venni a scoprire che essa si trovava in una poesia di Ada Negri.
Per quegli incontri il rettore leggeva e commentava degli appunti scritti su quaderni di scuola, dalla copertina nera. Quanto avrei desiderato allora di poterli avere tra mano e leggerli direttamente! Ne immaginavo il valore inestimabile. Mi sembravano scrigni preziosi, in cui erano custodite le cose meravigliose che ci veniva dicendo.
Quel desiderio si compì molti anni dopo, quando potei disporre di quei quaderni, riguardo ai quali credo di aver concorso alla loro conservazione. Ne parlai rispettosamente con il cardinale, riuscendo in qualche misura a convincerlo di non distruggerli, ma di lasciarne erede il suo segretario monsignor Francantonio Bernasconi. Dopo averli esaminati, sono persuaso che quei quaderni, diligentemente trascritti e studiati con attenzione, sarebbero una fonte incomparabile per la conoscenza e l'interpretazione della singolare figura di Giovanni Colombo, dell'altezza del suo ingegno e della profondità della sua esperienza spirituale e della laboriosità della sua vita intellettuale.
Con l'incanto della sua parola egli ci leggeva e commentava in particolare la poesia Lead, kindly Light (Guidami, Luce benigna), composta da Newman alle Bocche di Bonifacio, di ritorno dal viaggio nel Mediterraneo, dove ricorre il verso, sul quale Colombo amava soffermarsi: "Non chiedo di vedere l'orizzonte lontano, un solo passo basta per me".
Ci richiamava allora l'enigmatica affermazione che Newman ripeteva durante la malattia in Sicilia: "Io non ho peccato contro la Luce", intrattenendosi a spiegarci il significato del peccato "contro la Luce". Mi dilettavo particolarmente in quegli anni del delizioso saggio di Newman, edito nel 1950 nella collana "I Fuochi" della Morcelliana, dal titolo Malato in Sicilia, a cura di Giuseppe De Luca, del quale avrei in seguito gustato i bellissimi articoli e le brillanti versioni di testi di Newman pubblicati in un denso volume del 1975.
E sempre durante i corsi liceali il rettore Colombo non si lasciava, poi, sfuggire occasione per comunicarci alcuni pensieri di Newman, che gli erano specialmente cari, come quello sul gentiluomo - colui che non crea mai disagio al prossimo - o sulle mille difficoltà che non fanno un dubbio, o sulle certezze concrete ferme e inconfutabili, simili a funi resistentissime, che, formate dall'intreccio di singoli fili in sé estremamente fragili, non si lasciano spezzare.


(©L'Osservatore Romano - 17 dicembre 2009)

Buona Novena di Natale a Tutti!!